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Via corti alle mura 26

RAVENNA

Yoga per l' Anima


"Yoga per l' Anima" è il libro scritto nel 2014 per raccontare l' Atman Yoga, un insegnamento spirituale per una mente scientifica.

La ricerca della coscienza dalle Upanisad alle neuroscienze

INDAGINE SULLA COSCIENZA

La domanda per una ricerca interiore


“Da chi è sospinto il pensiero nel suo volo?” “Chi sta pensando?” si domanda il saggio nella “Kena Upanisad”, e rivolgendo la sua coscienza alla funzione stessa del pensare intuisce che qualcosa di nascosto c'è dietro al pensiero. La nostra indagine sulla coscienza inizia con questa domanda e con le esperienze maturate dai praticanti e maestri dello yoga, come ci sono state tramandate nel brano sotto riportato, tratto dalla “Kena Upanisad” scritta oltre 3 mila anni fa. Si conoscono 13 Upanisad dell'India pre cristiana, ed esse rappresentano di sicuro il punto più alto della conoscenza spirituale realizzata dai veggenti saggi Arya (ariani) e segnano gli inizi di quell'induismo a cui anche il Buddha si ispirò pur rinnegandolo.

Il veggente yogi è colui che con pratiche di purificazione della vista interiore e di concentrazione ed elevazione meditativa, ricerca la perfetta trasparenza di visione per imparare a distinguere il vero sé originario (Atman) da ciò che vi si è sovrapposto ed è stato acquisito con il tempo e l'abitudine; egli vuole imparare a discernere ciò che veramente risplende di luce propria (cioè l'Atman autoconsapevole e luminoso) da ciò che brilla di luce riflessa e che ha assunto l'apparenza e le funzioni della coscienza innata con un'illusoria e parziale identificazione con essa. E' come se il Sole (Atman) vedendo il proprio riflesso sullo specchio di un lago credesse erroneamente di essere quel lago tremolante.

 Dalla visione dei maestri veggenti delle Upanisad sono poste le radici per una psicologia spirituale che cerca di insegnare ciò che “non si sa come possa essere insegnato” perché là (nella dimensione della purezza autocosciente dell'Atman) “né la vista, né la parola, né il pensiero arrivano” e pertanto non si può descrivere l'autocoscienza: non ha una forma come gli oggetti percepiti dai sensi; non è una funzione fisiologica e psichica come lo sono il “respiro, la vista, l'udito, la parola, il pensiero”. 

Non è una tecnica che rientra nel campo del fare, capite? Non si può “fare autocoscienza”, l'autocoscienza è oltre ogni azione fisica e psichica, non è uno stato emotivo, essendo l'autocoscienza al di là dell'emozione, degli stati inconsci e dei condizionamenti acquisiti. I “saggi veggenti vanno oltre queste cose”, le hanno dissolte, riconosciute come illusorie vibrazioni umano-cosmiche; pure gli stessi processi cognitivi, la stessa conoscenza, che separa ciò che è “noto” da ciò che è “ignoto”, viene trascesa dalla realizzazione meditativa, in questa dimensione si riscopre quella realtà senza tempo che è la vera coscienza immortale dell'Atman supremo.





Da chi è sospinto il pensiero nel suo volo?

Da chi è sollecitato il primo respiro?

Da chi è animata la parola pronunciata?

La vista, l'udito, quale dio li comanda?

Ciò che è l'udire dell'udito,

il pensare del pensiero,

il parlare della parola,

il respirare del respiro,

il vedere della vista!

I saggi che vanno oltre queste cose,

lasciato questo mondo, diventano immortali.

Là la vista non arriva,

né la parola, né il pensiero.

Non sappiamo, né comprendiamo

come possa essere insegnato.

E' altro da tutto ciò che è noto

e anche al di là dell'ignoto.

Così abbiamo udito

dalle spiegazioni degli antichi.



La coscienza d'anima


“Io stesso mi incarnerò come vostro figlio.” Così disse il dio Shiva alla giovane coppia che lo pregava di poter concepire un figlio, ed essi nell'anno 788 d. C. generarono colui che divenne Sankara, il più stimato maestro del vedanta, incarnazione di quel dio che periodicamente ritorna tra gli uomini quando essi ciclicamente ricadono nella più oscura ignoranza dell'anima.

Egli ritornò tra noi per ricordarci ancora una volta della realtà irriducibile della coscienza, e scrisse questi versi nell'“Atman bodha”:

21. “Come la percezione del colore azzurro si sovrappone a quella del cielo, così in chi è privo di discernimento la percezione delle attività del corpo e dei sensi si sovrappone a quella del puro Sé, la cui natura è Esistenza e Coscienza.”

33. “Poiché non sono la mente, in me non vi è sofferenza, né attaccamento, né avversione, né paura. Non ho energia vitale, non ho mente, sono puro. Questo affermano le scritture.”

35. “Come lo spazio, senza muovermi pervado ogni cosa, all'interno e all'esterno, sempre identico, puro, senza legami, senza imperfezioni.”

La coscienza, di cui parlano le scritture delle Upanisad, come ci ricorderà poi secoli dopo, il maestro degli insegnamenti vedanta Sankara, è: “come lo spazio, pervade l'interno e l'esterno di ogni cosa, identica a se stessa e senza legami con altro.” Questa coscienza che è l'essenza dell' “io sono”, di ciò che Tu sei realmente, va ricercata, intuita, meditata, imparando a distinguerla dalle sovrapposizioni mentali, dai desideri, dagli attaccamenti, dalle paure, dalle sofferenze, dall'energia vitale, tutti aspetti dell'esistenza che rappresentano il “non sé” con il quale ci si identifica producendo il processo dell'ego. Questa è la visione della coscienza maturata in ambito  dello yoga vedanta.



E' nato prima l'uovo o la gallina?


Per me è un bene essere aperti alla conoscenza in tutti i suoi aspetti, è un bene non escludere l'interesse per l'indagine naturalistica e materiale delle cose e del loro funzionamento fisico, biologico, sociale, psicologico. A volte mi chiedo, seguendo l'esempio dell'uovo e della gallina, se è nato primo l'occhio o la vista. Cioè a cosa servono gli occhi se non c'è la coscienza di vedere? Ha senso credere che l'evoluzione abbia partorito esseri viventi con gli occhi quando ancora non esisteva una coscienza in grado di sviluppare l'elaborazione e la comprensione delle immagini?

Ma se invece c'era già una coscienza con la facoltà di vedere, ebbene come si è sviluppata quella facoltà prima ancora che ci fossero gli occhi?

Senza cercare di spiegarlo, ritengo che le cose siano andate così: prima è venuta la coscienza e dopo gli occhi. Gli occhi sì, ma questo discorso vale per tutti gli altri organi, sono stati “proiettati” verso l'esterno partendo da un impulso interiore di una coscienza.

Tratto da: Fabio Valis, "Yoga per l' Anima. Il Libro dell' Atman Yoga", (2014).



La coscienza e il corpo


Guardando la storia del pensiero si può dire che i ricercatori si stanno ancora dividendo tra poche e semplici visioni scientifico esistenziali:


1. Solo la materia esiste ed è reale, mentre la coscienza è un'illusione.


2. La materia evolve da sé in forme complesse che producono coscienza.


3. La materia con la coscienza costituiscono un'unica esistenza evolutiva.


4. La materia esiste da sé, e la coscienza la può penetrare animandola.


5. Esiste una coscienza che crea e governa la materia di cui si riveste.


6. Solo la coscienza esiste ed è reale, mentre la materia è un'illusione.


Tra queste 6 prospettive trovi la tua intima verità? O stai percorrendo un sentiero differente? O stai cercando senza esserti orientato né in una direzione né nell'altra?

Di me posso dire che la mia verità risiede nella sesta visione, ma penso che la prospettiva evolutivamente “migliore” per l'umanità possa essere un'altra, perché nel negare la realtà della materia si può perdere l'interesse a coltivare la ricerca scientifica e a scoprire le sue interiori leggi di funzionamento, così pure si rischia di maturare un rozzo disinteresse per il corpo, per le vicende umane e per il mondo, chiudendosi in un distacco che alimenta un'illusoria libertà. Così pure nella prima visione, negando realtà alla coscienza, si frena la ricerca interiore, si atrofizza l'introspezione che viene delegittimata ad ozioso giochetto di vana superstizione se non addirittura ad “insania mentale”.


Nella seconda visione ci si apre allo studio sia della materia sia della coscienza, ma facilmente si scivola nel convincimento che la coscienza sia fondamentalmente condizionata, circoscritta e limitata dai sottostanti meccanismi grossolani della materia e ciò offusca l'interiore libertà e indipendenza di auto crearsi e determinarsi.


Nella terza visione, l'integrazione tra materia e coscienza conduce ad un'esistenza piena e ricca di esperienze in una prospettiva olistica vitale e sensitiva, ma il lato oscuro di questa scelta e di immergersi in un “falso senso di armonizzazione” con il tutto, che trascina via in un flusso di eventi privo di ordine consapevole, di scopo, di trascendenza. D'altro canto è una prospettiva che fa ben maturare il senso di una coscienza globale per cui ognuno è karmicamente correlato e responsabile delle scelte di tutti.


Nella quarta visione la materia, il mondo, la vita, la coscienza sono separatamente reali e correlati, entrambi i principi, materia e coscienza, svolgono ruoli e funzioni loro peculiari, scopo della coscienza è vivere con consapevolezza e responsabilità al fine di realizzarsi in una trascendenza di beatitudine: questa ritengo sia la prospettiva migliore, cioè quella che presenta alla lunga nel tempo meno rischi di degenerazione nella pratica e nell'insegnamento.


Nella quinta visione la materia è sacralizzata nelle forme in cui ospita la coscienza che sovrintende all'ordine, la coscienza ha esistenza autonoma esterna alla materia e pure interna ad essa, nella quale matura vivendo esperienze significative di bene e di male. In questa prospettiva si incorre però nel rischio di un indebolimento dell'autonoma capacità di elaborazione cosciente dei principi etici, a vantaggio di un apprendistato di regole prefissate da una coscienza suprema che in definitiva regge i fili dell'esistenza deresponsabilizzando in parte l'individuo.


Negli insegnamenti dei maestri non troveremo così forzatamente distinte le prospettive che ho delineato, i maestri come Buddha (prima visione), Krishnamurti (seconda visione), Osho (terza visione), Patanjali (quarta visione), Aurobindo (quinta visione), Sankara (sesta visione), così come noi, hanno sviluppato molte altre sfumature, differenziazioni e miscele tra una visione e l'altra. Teniamo presente che dallo stesso sentiero del Buddha si sono sviluppati differenti cammini. Lo schema qui descritto sui rapporti tra coscienza e materia può aiutarci a far luce sulla nostra predisposizione d'animo a ritenere più utile intraprendere un cammino piuttosto che l'altro. 

  

La Kena Upanisad